Esercitare la partecipazione. L’agire pubblico degli adolescenti in Italia

grayscale photography of hands waving

di Emanuela Pascuzzi (Università di Calabria)

Abbassare il voto a 16 anni? Per gli adolescenti italiani non è una priorità! Non perché siano indifferenti a ciò che accade nel mondo né perché siano indisponibili a impegnarsi nella vita pubblica. Si tratta di non sentirsi pronti: da un lato, il sistema politico appare loro come un «terreno ignoto»; dall’altro, considerano deboli le competenze civiche e politiche acquisite e sperimentate nel loro processo di formazione-apprendimento.  Anche per questo, ritengono più importante avere spazi per incontrarsi, stare insieme, discutere, assumere decisioni collettive. Spazi fisici, luoghi che li accolgano e contengano, da reinventare e abitare. In cui confrontarsi con il proprio sé che prende forma e con gli altri, coetanei, ma anche adulti. In cui possa maturare il senso del «noi», un appartenere che non resti confinato in cerchie ristrette oppure in «bolle» artificiali. Spazi per  esercitarsi alla partecipazione attiva, facendone concreta esperienza.

Sono molto puntuali le indicazioni offerte dagli adolescenti coinvolti nella ricerca realizzata nell’ambito del progetto Ripartire – Rigenerare la partecipazione per innovare la rete educante, coordinato da ActionAid Italia e finanziato dall’impresa sociale Con i Bambini per il contrasto alla povertà educativa. Definiscono un quadro di ciò che serve per la partecipazione dei più giovani.

Adottando un approccio collaborativo e mixed methods, la ricerca sulla partecipazione e la socializzazione degli adolescenti alla vita pubblica condotta in cinque città italiane, i cui risultati sono oggetto del volume Prendere parte. Adolescenti e vita pubblica (Licursi, Pascuzzi, 2024), ha inteso raggiungere due principali obiettivi. Per un verso, approfondire come gli adolescenti (14-17 anni) interpretano ed esercitano la partecipazione, cogliendo quanto i loro orientamenti e i loro comportamenti siano influenzati da modelli adottati e trasmessi dagli adulti, dai pari e dai media. Per altro verso, acquisire informazioni utili a conoscere i contesti (comunità locali, scuole, famiglie) nei quali gli adolescenti vivono e delineare la matrice delle opportunità partecipative. Gli adolescenti coinvolti sono stati intervistati, hanno partecipato a incontri di discussione e si sono confrontati su questioni che li riguardano direttamente. Sono stati realizzati, infatti, una web survey, sei focus group e quattro world café.

Qual è, dunque, l’esperienza partecipativa degli adolescenti e cosa osservano nei mondi che frequentano?

Dall’indagine realizzata emerge che gli adolescenti partecipano prevalentemente informandosi, confermando che non sono, in larga maggioranza, «fuori dal mondo»,sconnessi, lontani o indifferenti ai fatti della società in cui vivono. La partecipazione a organizzazioni di natura assistenziale, di volontariato, di tutela dell’ambiente, dei diritti o per la pace non è molto diffusa. Un dato che, tuttavia, deve essere letto sempre con riferimento alla fase di vita e che può essere interpretato positivamente se accostato a quello più incoraggiante della partecipazione ad associazioni sportive, culturali e ricreative e, in misura minore, di tipo religioso; realtà che si presentano come occasioni non solo per coltivare passioni e talenti o per acquisire capacità relazionali, ma anche per sperimentarsi in iniziative di sensibilizzazione, di solidarietà, di impegno con e per gli altri. Abbastanza diffusa è la partecipazione a manifestazioni e cortei, mentre al di sotto delle attese è il dato sulla partecipazione nel contesto scolastico: meno della metà del campione intervistato prende la parola durante le assemblee.

Che la scuola sia un contesto in cui più a fatica si sperimenta la partecipazione attiva emerge anche dai risultati che analizzano la socializzazione civica e politica.

Gli adolescenti apprendono a coinvolgersi nella vita pubblica componendo ed elaborando esperienze, immagini e indicazioni che provengono da una pluralità di luoghi e soggetti (Garelli, Palmonari, Sciolla, 2006). Nel contesto familiare i figli godono di ampi spazi di autonomia, assumono da soli le decisioni che li riguardano e, in alcuni casi, le negoziano. Tuttavia, per i teenagers, le cose del mondo diventano interessanti quanto più sono discusse con i propri amici e coetanei. Dopo le madri e i padri, è a loro che assegnano il peso più importante nel loro apprendistato sociale. Dunque, non solo trasmissione verticale dagli adulti ai giovani, ma anche natura interattiva e orizzontalità, con un ruolo attivo delle nuove generazioni. La circolarità è favorita dai media, soprattutto digitali, il cui utilizzo è indicato dagli adolescenti come importante (benché non sufficiente) per la maturazione di interessi e conoscenze utili ad abitare la dimensione collettiva.

L’educazione alla cittadinanza è, però, un compito assegnato prioritariamente alla scuola. È dagli insegnanti che gli adolescenti si aspettano di ricevere informazioni e formazione per decifrare il mondo attuale e non solo del passato, di apprendere conoscenze e abilità per esprimere la propria voce e contribuire alla società. Aiutano, ma non bastano, le ore di educazione civica. È questione di contenuti, che non accendono l’interesse dei teenager e non intercettano i loro bisogni/desideri di conoscere. Ma è anche questione di organizzazione e approcci didattici, che li coinvolgono poco, confinandoli in un ruolo passivo e afono; di processi e strumenti inadeguati a una loro reale partecipazione alle decisioni riguardanti la comunità scolastica; di una separazione ritenuta ingiustificabile tra la scuola e il territorio, tra la teoria e l’azione. Per tutto questo, pur essendo una presenza quotidiana e costante nella vita degli adolescenti, nella gerarchia degli attori che considerano rilevanti nella loro socializzazione alla partecipazione pubblica, gli insegnanti sono collocati in basso, dopo i genitori, i coetanei e i media, e solo poco sopra le figure educative extrascolastiche. Ma è con loro che i teenager vorrebbero stringere alleanze orientate a produrre cambiamenti desiderati. Ed è la scuola il principale contesto che vorrebbero cambiare con le loro proposte.

Il pensare e il sentire degli adolescenti non sono limitati a ciò che avviene a scuola. I teenager sono sensibili verso questioni sociali come l’ambiente, le migrazioni, le discriminazioni di genere, spesso oggetto di dibattito pubblico, e sono emotivamente sollecitati da ciò che avviene nella realtà in cui vivono. Benché molti temi non siano parte del loro vissuto personale, esprimono una vicinanza empatica alle sofferenze altrui. Non sempre sufficiente, però, a mobilitare l’azione, il «fare per», «con» o «contro». Sentono di appartenere alla generazione dei giovani, a cui compete la costruzione del futuro ma non sono convinti che i giovani abbiano la possibilità e il potere di incidere sulle decisioni pubbliche in Italia, sia perché sentono distante lo spazio politico e sia perché registrano una chiusura dei detentori del potere verso le istanze dei cittadini. Considerano la partecipazione utile a ottenere benefici, ma tutt’al più confinati alla dimensione locale. Appaiono, dunque, molto pragmatici e disponibili ad attivarsi per questioni concrete, che li toccano o minacciano da vicino.

Ritengono che il cambiamento sociale esiga una mobilitazione dei cittadini, ma allo stesso tempo non avvertono la necessità di nuovi movimenti politici, quanto piuttosto quella di «un capo politico forte in grado di rimettere tutto in ordine». Eco di una visione populista della democrazia, che combina il richiamo al «popolo» con il legame diretto con il leader (Viviani, 2024), ma anche, in qualche modo, esigenza di una maggiore regolazione pubblica.

Riferimenti bibliografici

Licursi, S., Pascuzzi, E. (2024), Prendere parte. Adolescenti e vita pubblica, Donzelli: Roma.

Garelli, F., Palmonari, A., Sciolla, L. (a cura di) (2006), La socializzazione flessibile, il Mulino: Bologna.

Viviani, L. (2024), Leadership e democrazia, Mondadori: Milano.

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