di Giovanni Castiglioni
A che punto siamo? Sono almeno quindici anni che sento dire che bisogna coinvolgere i giovani nel sindacato. Lo sentivo dire quando avevo 25 anni. Lo sento dire oggi che ne ho 40. Eppure, le domande sembrano sempre le stesse: come si fa a coinvolgere i giovani? Perché non si avvicinano? Serve un linguaggio nuovo? Bisogna usare i social? Adottiamo le quote generazionali? Sono domande comprensibili, che tornano ciclicamente. Forse però vale la pena chiedersi perché, nonostante l’attenzione sul tema, fatichiamo ancora a trovare risposte efficaci. E cosa, concretamente, ostacola un cambiamento reale.
Ho conosciuto il sindacato da studente universitario, durante uno stage curriculare. Erano gli anni del boom dei call center, il tempo dei contratti precari e dell’incertezza diffusa. Non l’ho incontrato attraverso uno slogan, ma grazie a persone che avevano voglia di ascoltare, spiegare, accompagnare. Da lì è nata una tesi di laurea, poi un percorso personale, fatto anche di pause e incomprensioni, ma soprattutto di relazioni, di confronto quotidiano e di appartenenza costruita nel tempo. Il sindacato, alla fine, lo si conosce facendolo: partecipando, chiedendo, a volte anche sbagliando.
Il lavoro invecchia. Crescono gli over 50, calano i giovani. Il sindacato fatica: perché si regge su un sistema di rappresentanza che funziona bene nei luoghi strutturati, ma molto meno dove il lavoro è precario, invisibile, mobile. Questo rende più difficile anche l’incontro tra giovani e sindacato. Non perché manchino i problemi da affrontare, ma perché manca spesso uno spazio riconoscibile dove farlo. L’idea stessa di coinvolgimento perde forza, senso, possibilità. E poi ci sono le partite Iva. I freelance, le collaborazioni, i finti lavoratori autonomi. Un mondo vasto, individualizzato, dove la solitudine è la norma e dove la rappresentanza è ancora tutta da costruire. Mi domando: riusciremo a superare l’impianto dello “Statuto dei lavoratori” per costruire finalmente uno “Statuto dei lavori”? Uno strumento capace di tutelare anche chi oggi lavora fuori dai confini tradizionali del lavoro dipendente. Rappresentare queste figure – soprattutto se giovani – è forse la sfida più urgente e più difficile per il sindacato di oggi. E di domani.
Un’adesione mancata. In questo contesto, anche la partecipazione sindacale si è trasformata. Non è scomparsa ma si è dispersa. È più individuale, più silenziosa, più intermittente. Molti giovani osservano il sindacato come osservano la politica: con un misto di sospetto, rabbia e disincanto. Si sta fuori per non essere complici, ma si resta impotenti. È un cortocircuito: la sfiducia nelle istituzioni genera distanza, ma la distanza impedisce il cambiamento. E chi resta fuori, finisce spesso per non riconoscersi né come soggetto collettivo, né come interlocutore attivo.
Una ricerca da cui ripartire. In questo panorama, è importante segnalare quando un’iniziativa rompe la superficie dell’autoreferenzialità. La recente ricerca promossa dalla CISL Lombardia su oltre 3.500 giovani iscritti e circa 400 non iscritti è un esempio virtuoso. Un lavoro condotto con rigore, apertura e profondità ha saputo restituire una fotografia necessaria:
- Redditi bassi (1.576 euro al mese in media)
- Differenziali di genere marcati (–17,9% per le donne a parità di contratto)
- Lavoro nero e irregolare ancora strutturale
- Incapacità di progettare una famiglia
- Sfiducia profonda nel sistema pensionistico
- Ma anche: un 95,6% che riconosce valore nella partecipazione
Un dato, quest’ultimo, che non andrebbe letto come consolazione, ma come chiamata. Non come la prova che “qualcosa si muove”, ma come mandato ad agire. Serve un sindacato che non chieda solo adesione, ma che offra senso, spazio e prospettiva. Un sindacato che, per rappresentare il lavoro che cambia, accetti di cambiare anch’esso. E per farlo, non bastano campagne. Servono relazioni, luoghi, ascolto. E la pazienza di costruire comunità, dove oggi ci sono solo fratture.
Una delle particolarità della ricerca è l’aver messo a confronto i risultati degli iscritti con quelli di un sottocampione di giovani non iscritti. Questo elemento arricchisce ulteriormente l’analisi, perché permette di cogliere anche la percezione di chi guarda al sindacato “da fuori” – con curiosità, distanza, scetticismo o desiderio di partecipazione. Un’operazione di ascolto aperta, che rafforza il valore di quanto emerso.