Giovani e disinformazione scientifica: è davvero questo il problema di cui dobbiamo preoccuparci?

di Marianna Musmeci

La disinformazione scientifica (le cosiddette ‘fake news’) è un problema sociale rilevante che può generare conseguenze disastrose sia in termini di salute pubblica che di fiducia collettiva nei saperi esperti. Negli ultimi anni, complice la dilagante disinformazione che ha caratterizzato il periodo pandemico, molti studi si sono interessati al fenomeno per comprenderne tanto le cause (come si producono e si diffondono le fake news?) quanto gli effetti (chi e perché è più esposto alla disinformazione?).

Allo stesso tempo, il dibattito pubblico e mediatico intorno al tema della disinformazione scientifica tende a rappresentare i giovani come una categoria particolarmente a rischio in ragione della tendenza di questi a informarsi quasi esclusivamente tramite internet e i social network, che si configurano come un terreno fertile per la diffusione incontrollata di informazioni false o fuorvianti. Ma è davvero così?

I risultati di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano e dall’Università Cattolica di Milano[1]su come circola l’informazione tecnoscientifica tra gli studenti delle scuole superiori lombarde ci forniscono alcune informazioni utili per comprendere meglio come si configura il rischio di disinformazione scientifica tra i giovani.

Dalla ricerca è emerso che l’informazione scientifica – e quindi anche la disinformazione scientifica – circola molto poco tra i giovani: i contenuti di questo tipo rappresentano solo una parte minima del flusso di informazioni con cui vengono a contatto nella loro quotidianità. L’interesse per questo tipo di argomenti, quando non mosso da particolari passioni personali, appare legato per lo più alla necessità di risolvere problemi contingenti inerenti, ad esempio, alla salute e al benessere psicofisico o, più semplicemente, allo svolgimento dei compiti scolastici.

I giovani coinvolti nella ricerca non appaiono solo particolarmente abili nel decifrare l’affidabilità delle fonti di informazione scientifica. Ai loro occhi, la disinformazione scientifica è un problema che riguarda tipicamente il mondo adulto. A sostegno di tale rappresentazione c’è la consapevolezza diffusa che, seppure con sfumature diverse, appartengono a una generazione che ha visto una socializzazione più precoce e pervasiva al mondo digitale – non di rado supportata dalle istituzioni (famiglia e/o scuola) attraverso azioni volte a sensibilizzare i più giovani a un uso responsabile dei dispositivi digitali e a sedimentare in loro maggiore consapevolezza dei rischi che l’utilizzo di questi strumenti può portare con sé (Musmeci e Volonté, forthcoming).

Ma c’è di più. A ben vedere, questi giovani mostrano una fiducia acritica verso la scienza e gli scienziati. Una fiducia che sembra poggiare su una concezione ingenua e poco realistica della scienza e dei suoi principi metodologici ed epistemologici e che perciò tende a omettere tanto i limiti del metodo scientifico quanto gli aspetti sociali e culturali che pure forgiano le pratiche scientifiche (Bloor 1976; Magaudda e Neresini 2020).

Questo atteggiamento emerso tra i giovani –  definito nei termini di scientismo ingenuo – si esplicita, ad esempio, nella convinzione che il metodo scientifico possa garantire la produzione di conoscenze certe e indiscutibili, nonché nella tendenza a interpretare l’eventuale dissenso tra scienziati sulla scena pubblica come espressione di incompetenza o di malafede di una delle parti in disaccordo (o di tutte).

In altre parole, la ricerca suggerisce che ciò che dobbiamo davvero temere non è l’ingenuità di fronte alla disinformazione scientifica ma l’ingenuità di fronte alle pratiche della scienza reale. I giovani non sembrano veramente esposti alla minaccia della disinformazione scientifica, sembrano esposti alla minaccia di una delusione radicale verso la scienza che potrebbe spingerli verso l’adesione a fonti di conoscenza inattendibili ma capaci di dare loro le certezze che cercano.

A partire da questi risultati empirici, durante il secondo anno di ricerca sul campo, è stato sperimentato un percorso formativo di alfabetizzazione degli studenti di scuola superiore all’uso dell’informazione scientifica e tecnologica circolante sui media digitali –  un percorso, articolato in tre moduli, che va in una direzione nuova e sconosciuta ai programmi scolastici tradizionali.

Alla sperimentazione didattica è quindi seguita la realizzazione del volume ‘Come funziona davvero la scienza? Un percorso formativo per le scuole superiori’ (Musmeci et al. 2024). Il volume è liberamente scaricabile qui e rappresenta uno strumento di lavoro per supportare concretamente la scuola nello sforzo di promozione della scientific literacy tra i giovani, con l’intento specifico di contribuire in questo modo a rafforzare il legame tra educazione scientifica e cittadinanza democratica.

Riferimenti bibliografici

Bloor, D. ([1976] 1993), La dimensione sociale della conoscenza, Cortina, Milano [ed. or. Knowledge and Social Imagery, The University of Chicago Press, Chicago 1976].

Magaudda, P. e Neresini, F. (2020) (a cura di) Gli studi sociali sulla scienza e la tecnologia, Il Mulino, Bologna.

Musmeci, M., Ricotti, A., Serafini, L., Serafini, M., Tosoni, S. e Volonté, P. (2024), Come funziona davvero la scienza? Un percorso formativo per le scuole superiori, EduCatt, Milano.

Musmeci, M. e Volonté, P. (forthcoming) Giovani e ingenui? La circolazione delle informazioni tecnoscientifiche tra gli studenti delle scuole superiori.


[1] La ricerca, finanziata dalla Fondazione Cariplo su base competitiva (bando ‘Ricerca Sociale – 2020’), è stata condotta dal Politecnico di Milano (Unità di Studi META, PI Paolo Volonté) e dall’Università Cattolica di Milano (responsabile dell’unità locale Simone Tosoni). La ricerca ha coinvolto 12 classi del terzo e quarto anno di 6 scuole superiori lombarde per un totale di 280 studenti. Il criterio di selezione delle scuole ha tenuto conto sia dell’indirizzo scolastico sia dell’area geografica: sono stati scelti 3 licei e 3 istituti tecnici localizzati sia nei capoluoghi (Milano, Bergamo, Como) sia in aree più periferiche (Bollate e Treviglio). La raccolta dei dati è avvenuta nell’arco di un anno, dall’autunno del 2022 all’autunno del 2023, e si è avvalsa di diverse tecniche di ricerca qualitativa (diari vocali, interviste in profondità, focus group).

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