Bambine e bambini con la valigia piena di sogni (e di preoccupazioni)

backview of sad child waiting on a glass window

di Maria Grazia Gambardella

“Come ti immagini da grande?” È una domanda che molti adulti hanno posto a bambini e bambine, spesso con leggerezza. Eppure, se ci fermiamo ad ascoltare davvero le risposte, scopriamo mondi complessi.

Disegni colorati, racconti brevi, parole semplici: tutti strumenti con cui i più piccoli parlano di aspirazioni, timori, desideri e visioni del domani. Una ricerca condotta dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha raccolto queste voci, provenienti da due scuole primarie della Lombardia, e le ha lette attraverso le lenti della sociologia dell’infanzia e degli studi di genere.

L’indagine si è svolta negli anni successivi al primo lockdown pandemico, quando le bambine e i bambini hanno sperimentato isolamento, interruzioni scolastiche e fragilità nelle reti familiari e sociali. Il contesto emergenziale ha inevitabilmente lasciato tracce nei loro immaginari: da un lato il bisogno di sicurezza e di cura, dall’altro il desiderio di libertà, socialità e possibilità di reinventare il futuro.

Voci che raccontano aspirazioni e disuguaglianze

Nei disegni e nei testi raccolti, emergono in maniera evidente le prime tracce di aspirazioni professionali: medici, calciatori, parrucchiere, ingegneri, ma anche mestieri percepiti come lontani o “da adulti”. Colpisce come queste scelte siano già attraversate da stereotipi di genere.

Le bambine si immaginano più spesso in ruoli di cura o legati all’estetica; i bambini, in professioni tecniche o sportive. Eppure non è solo riproduzione automatica di modelli: c’è creatività, c’è agency. Alcune bambine sognano di fare le scienziate o le vigilesse del fuoco; alcuni bambini immaginano di dedicarsi alla cura degli altri. Piccoli segnali che indicano la possibilità di immaginare ruoli meno rigidi e più aperti alla trasformazione.

Accanto al genere, un altro elemento decisivo è il territorio. I bambini coinvolti vivono in piccoli paesi di provincia, in cui le opportunità percepite sono limitate e i vincoli sociali più forti. Le loro parole ci ricordano che i futuri possibili non dipendono solo dai desideri individuali, ma anche dalle condizioni economiche e culturali del contesto in cui si cresce.

Bambine tra STEM e doppio carico di cura

Un dato emerso con forza riguarda le bambine. Quando immaginano il proprio futuro lavorativo, lo fanno con una sorprendente libertà: sognano di diventare astronome, ingegnere chimiche, poliziotte, paleontologhe o persino Presidenti della Repubblica. Segno che i frutti della lunga battaglia per l’accesso femminile all’istruzione e alle professioni hanno lasciato tracce profonde: il messaggio che “possono fare tutto” è stato interiorizzato.

Eppure, quando passano a descrivere il quadro completo della loro vita adulta, nei disegni e nei testi affiora un’ombra di preoccupazione. Chi si prenderà cura della casa e dei figli mentre io sarò al lavoro? Nei loro elaborati il compagno o marito è spesso assente, o una figura “pasticciona” da accudire. Il carico di cura viene immaginato come esclusivamente sulle loro spalle, o al massimo delegato a future figlie femmine.

I coetanei maschi, invece, raramente menzionano il tema della conciliazione tra lavoro e vita familiare. Il loro futuro si svolge prevalentemente nello spazio pubblico del lavoro e del tempo libero.

Questa asimmetria mostra con chiarezza che la cosiddetta “rivoluzione incompiuta” (England, 2010) nei rapporti di genere continua a segnare le nuove generazioni. Le bambine vengono incoraggiate a sognare in grande, ma non trovano ancora modelli credibili di una divisione equa delle responsabilità domestiche. Così, il loro immaginario le proietta verso un futuro di “doppia presenza” (Balbo, 1978), dove l’onere della conciliazione resta un problema individuale da gestire, non una responsabilità collettiva da ripensare.

Paure e incertezze: il futuro come strada in salita

Accanto ai sogni, emergono anche ombre di paura. Alcuni elaborati parlano della fatica di crescere, della paura di “non farcela”, di una strada lunga e incerta. In altri casi, il futuro è associato a immagini di solitudine o di insicurezza economica. Sono riflessioni che stupiscono per la loro profondità: già a otto o nove anni, bambine e bambini percepiscono l’instabilità che caratterizza il mondo contemporaneo.

Queste voci ci interrogano come adulti. Quanto contribuiamo, con i nostri discorsi e le nostre preoccupazioni, a trasmettere ansia piuttosto che fiducia? Quanto spazio diamo all’esplorazione libera, alla possibilità di immaginare alternative? La pandemia ha reso tangibile la precarietà del presente e la difficoltà di immaginare il domani. Le risposte dei bambini ci ricordano che anche loro hanno interiorizzato questa incertezza, trasformandola in rappresentazioni di un futuro fragile.

L’infanzia come soggetto sociale

Un punto fermo del nostro lavoro è stato considerare i bambini non come semplici destinatari passivi di modelli educativi, ma come soggetti attivi nella costruzione di significati. La sociologia dell’infanzia ci ricorda che i più piccoli rielaborano le norme ricevute, le reinterpretano e le trasformano in materia per costruire la propria identità. Guardare ai loro immaginari significa riconoscere la loro agency: la capacità di contribuire alla produzione culturale e di incidere, seppur in forma embrionale, sugli scenari sociali. È una prospettiva che sposta lo sguardo dal “che cosa insegnare ai bambini” al “cosa possiamo imparare da loro”.

Una sfida educativa e politica

I risultati della ricerca ci consegnano un compito preciso: creare contesti che amplino gli orizzonti di possibilità. Se i repertori culturali a disposizione restano rigidi e stereotipati, i bambini avranno meno strumenti per immaginare percorsi alternativi. Se invece offriamo modelli plurali e inclusivi, apriamo la strada a futuri più equi. La scuola si conferma un laboratorio cruciale: è nelle aule che bambine e bambini possono sperimentare ruoli diversi, scoprire nuove passioni, mettere in discussione stereotipi. Ma la scuola da sola non basta. Servono politiche di sostegno alle famiglie, servizi territoriali, un impegno collettivo per ridurre le disuguaglianze di genere e sociali che ancora oggi pesano in Italia.

Conclusione: ascoltare per cambiare

Ascoltare le voci dei bambini significa aprire uno sguardo inedito sul presente e sul futuro. I loro disegni e le loro parole non sono semplici espressioni infantili, ma veri e propri specchi della società: riflettono modelli culturali, disuguaglianze e fragilità, ma anche desideri di cambiamento e possibilità di immaginare mondi diversi.

L’infanzia non è un tempo “in attesa” di diventare adulto. È già parte della società, e merita di essere riconosciuta come tale. Accogliere i suoi immaginari è un passo necessario per costruire un futuro più giusto, in cui i sogni di bambine e bambini non vengano limitati da stereotipi di genere o da vincoli sociali, ma possano trasformarsi in possibilità reali.

Per un ulteriore approfondimento si rimanda a:

Magaraggia S., Gambardella M. G, Ghaffari R., Pirola T. (2025), Immaginari in crescita. Bambine e bambini alla scoperta del futuro, Genova, GUP.

open access https://gup.unige.it/Immaginari-in-crescita

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