Fryshuset, un’iniziativa di successo a contrasto del disagio giovanile

person s left hand holding green leaf plant

di Giorgio Ostinelli

It’s a boundless movement dealing with creating opportunities for young people fo fulfill their passions, dreams and abilities, thereby enabling them to find their way in life and even change the world. […] The core of Fryshuset is actually the human touch, our steadfast conviction that close and encouraging relations with grown-up role-models is the key to enabling young people to develop their dreams and abilities: a mission of love, if you want.

Johan Oljeqvist, CEO di Fryshuset

A Stoccolma, Fryshuset è ormai da tempo un’istituzione. Tutto prende inizio nel 1984, quando un gruppo di persone impegnate socialmente e la locale sezione dell’YMCA (Young Men’s Christian Association) danno vita ad un progetto rivolto ai giovani che si basa su tre centri di attività: Fryshuset, ossia un edificio originalmente usato come deposito frigorifero, in cui venivano praticate attività sociali principalmente orientate alla non-violenza; la squadra di basket della locale YMCA, e la messa a disposizione di spazi per le band musicali rock e pop attive sulla scena svedese. Da questi tre pilastri si è poi sviluppata nel corso degli anni un’organizzazione molto interessante, dedita alla riqualifica sociale di giovani spesso problematici, attiva in spazi ai quali le istituzioni “ufficiali” e Ong tradizionali non hanno solitamente accesso.

L’attività legata al basket, tra l’altro caratterizzata da vari successi sportivi, ha nel tempo subito l’influenza degli altri due settori, ed ha contemporaneamente aiutato a costituire una struttura debitamente organizzata e a dare una legittimità esteriore a tutta l’esperienza. Meno strutturata era invece l’attività musicale, la quale però ha aiutato a inglobare nell’esperienza contenuti più orientati socialmente, che nel tempo hanno caratterizzato in modo sempre più marcato le attività di Fryshuset. Attorno agli anni ’80, il panorama giovanile svedese fu interessato da una serie di rivolte giovanili, a cui presero parte in modo importante giovani fuoriusciti dai sistemi sociali tradizionali, che esprimevano posizioni antagoniste a quelle caratteristiche della società del tempo. A contatto con questa realtà, Fryshuset sviluppò un capitale di competenze nella gestione del disagio sociale, le quali portarono ad esempio alla formazione di educatori di strada (Lugna Gatan), dotati di notevoli capacità di prevenzione della violenza. Ancora oggi, il loro servizio viene proposto a scuole, compagnie di trasporto pubblico e comitati di quartiere.

Ma il vero catalizzatore dell’esperienza fu Anders Carlberg, un personaggio molto particolare, in precedenza operatore edile e sindacalista, da sempre interessato alle problematiche giovanili e sociali. A lui fu assegnato il compito di sviluppare attività in grado di contrastare il disagio e la violenza giovanili. Il gruppo di lavoro che si creò attorno a lui divenne così il polo centrale di Fryshuset. Confrontato con giovani a volte molto dissimili fra loro, il suo motto era: “Coloro che vivono i problemi sono anche quelli che possono condurre alla loro soluzione”. Il suo approccio permise di raggiungere gruppi di giovani che altrimenti sarebbero stati “fuori portata”.  È estremamente importante sottolineare come, fin dall’inizio, l’orientamento fu a raggiungere individui che ormai erano ai margini di tutto, e cercare, a partire dai loro vissuti e dai loro bisogni, di realizzare in modo collaborativo e costruttivo, ma soprattutto centrato su di loro, esperienze allo stesso tempo formative e gratificanti. Quando si visita Fryshuset, questi principi emergono chiaramente dalle attività svolte nell’istituzione, assieme ad un’energia che si sente fluire nei corridoi, negli spazi e nelle sale.

Dai primi passi mossi negli anni ’80, l’associazione si è molto ingrandita, senza tuttavia tradire i propri ideali di fondo. Dall’edificio originale si è passati ad una sede più ampia e moderna di nove piani, dove vi sono due stadi per praticare lo skateboard, tre palestre per il basket, sale prove e palchi per concerti e danza, caffetterie. Fryshuset gestisce pure una scuola secondaria superiore (molto particolare ed interessante) e circa una cinquantina di progetti sociali, che vanno dalle attività sportive a quelle culturali e di intrattenimento, dai programmi educativi alla formazione professionale, dalle conferenze al dialogo interreligioso, alle iniziative sociali. L’associazione dispone anche di sedi dislocate in Svezia, oltre a prender parte a varie collaborazioni internazionali. Fryshuset si sostiene mediante un finanziamento misto, pubblico e privato, dispone di circa 600 collaboratori ed ha un giro di affari di vari milioni di euro. 

Interessante è il concetto di auto-imprenditorialità, secondo il quale ogni giovane sviluppa forme di capitale sociale (CS): CS connettivo, in termini di interazione e comunicazione; CS associativo, in termini di legami e integrazione; CS connettore, in termini di connessione con possibili partner economici e forme di finanziamento.

Per un territorio come quello italiano, interessato da elevati tassi di abbandono scolastico e dalla presenza di giovani in alcuni contesti relegati ai margini della società, la conoscenza di un’esperienza come quella portata da Fryshuset può contribuire ad ispirare interventi in grado di fornire strade alternative per crescere e credere in sé stessi.

Per chi volesse approfondire:

https://fryshuset.se/plats/global

Westlund, H. e Gawell, M. (2012) Building social capital for social entrepreneurship. Annals of Public and Cooperative Economics, 83(1), 101-116

Wåhlström, K. (2013) Fryshuset – A Force of Passion. Forum, 6, 47-64

Liljestrand, J. (2019). Case Study 5: Fryshuset Centre, Stockholm. In Interreligious Engagement in Urban Spaces: Social, Material and Ideological Dimensions, 145-149.

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