Andrò a votare? Posso prima spiegarti qualcosa di me, di noi?

di Maria Grazia Gambardella

Da alcuni decenni a questa parte, ha guadagnato terreno la rappresentazione dell’universo giovanile come politicamente apatico, narcisisticamente piegato sulla dimensione privata, poco o nulla interessato a forme di protagonismo pubblico e alla rappresentanza politica. In estrema sintesi, si è scelto di proporre l’immagine di una (o più) generazioni di giovani caratterizzati dal disinteresse per le vicende pubbliche, ai margini non solo delle forme di partecipazione, ma della cultura civica in generale.

In realtà, se si fuoriesce dalla retorica di immagini distopiche intorno al destino delle nuove generazioni proposte dal discorso pubblico e mediatico, emerge una realtà ben diversa, una tendenza giovanile a costruire forme inedite di partecipazione sociale e politica, modalità attive di riconquista degli spazi pubblici unitamente a inedite dimensioni progettuali (personali e collettive). Emergono forme di attivismo basate sull’esperienza diretta, sull’impegno per un’organizzazione orizzontale e in rete, sull’azione diretta creativa, sull’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e sull’organizzazione di spazi fisici e campi d’azione come laboratori per lo sviluppo di valori e pratiche alternative.

Queste forme di partecipazione politica non vogliono essere ancillari rispetto alla politica istituzionale, bensì sono da interpretarsi come tentativi di rielaborare e dare senso alla propria disaffezione verso le istituzioni proponendo progetti concreti.

Il riferimento alle pratiche politiche appare, allora, una direzione feconda che permette di osservare come i giovani riescano a utilizzare le risorse (sociali, culturali, politiche) di cui dispongono.

Per comprendere queste strategie possiamo far riferimento ad un’indagine qualitativa condotta, tra agosto 2019 e febbraio 2022, da un gruppo di ricerca (coordinato dalla prof. Carmen Leccardi) del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, all’interno di una ricerca di rilevanza nazionale (PRIN) ‘Mapping youth Futures: Forms of Anticipation and Youth Agency’, incentrata sulla partecipazione politica non convenzionale all’interno di associazioni, gruppi d’acquisto solidali, gruppi informali, centri sociali, movimenti di giovani uomini e giovani donne.

L’indagine evidenzia come i e le giovani percepiscono la politica istituzionale come lontana dalle questioni determinanti del loro esistere, i partiti come distanti dai vissuti giovanili e incapaci di rappresentare le loro esigenze, le loro priorità. Si fanno allora protagonisti di forme di innovazione socio-culturale, affrontano le grandi questioni epocali, dalla lotta alle diseguaglianze alle azioni a sostegno della dignità delle persone, dalle questioni di giustizia climatica alla lotta alla precarietà, facendosi portatori di una concezione più ampia e innovativa della politica che va oltre le dinamiche del sistema politico tradizionale (come per esempio il voto) e che fuoriesce dalle sedi istituzionali per ricostruirsi in una pluralità di sfere sociali.

Il successo di Fridays for Future, il green movement che si dichiara apartitico, per esempio, si deve all’enorme mobilitazione di studenti, i quali hanno testato l’impatto di uno sciopero e lo hanno messo a servizio di un tema che, nonostante sia forse il più urgente, raramente figura nelle priorità parlamentari, in particolare in quelle italiane.

Oltre che a sostegno del movimento ambientalista i giovani oggi scendono in piazza o organizzano campagne social per sventolare altre bandiere, come quella arcobaleno che rappresenta i diritti LGBTQ+ o per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti a seguito della morte di diversi giovani dovuta alla violenza della polizia americana. Infine, negli ultimi mesi le piazze, i campus di numerose università sono state teatro di manifestazioni e proteste a favore della popolazione palestinese.

Alla base di queste forme di partecipazione c’è identificazione, convinto consenso a quanto si ritiene significativo: la difesa delle convinzioni personali, l’affettività coinvolta viene strettamente connessa alla tutela dell’interesse collettivo: «La politica istituzionale non mi rappresenta», dice Isabella, una giovane che ha partecipato alla ricerca dell’Università Milano-Bicocca, «(…) cioè a me mi emoziona… mi emoziona di più fare le cose tutti assieme» 

Un altro elemento chiave che emerge dall’analisi realizzata dal gruppo di ricerca, riguarda le relazioni con le altre generazioni.

Rispetto alla generazione degli adulti o tardo-adulti, viene più volte evidenziata l’incolmabile distanza esperienziale, la loro incapacità di comprendere l’orizzonte sociale contemporaneo, le difficoltà che i giovani vivono nel processo di transizione alla vita adulta, ma anche il valore di questioni che ritengono centrali per la realizzazione di una ‘vita buona’ per sé e per gli altri.

L’esperienza (il saper fare) degli adulti, spesso identificati come i rappresentanti di istituzioni che non sanno o non vogliono sostenere i giovani, è percepita come poco utile per i giovani intervistati. Emerge inoltre la percezione di una infantilizzazione agita per non concedere spazi di riconoscimento che contribuisce ad ampliare la distanza generazionale. Tutto ciò suscita rancore, un rancore definito politico. In tal senso uno dei giovani che hanno aderito alla ricerca ha affermato: «Ok boomer,  una piccola traccia di un qualcosa di molto più grosso, del fatto che noi siamo una generazione che in questo momento si trova a non avere alcuna possibilità, a volersi ritagliare con le unghie e con i denti una possibilità, ma dove c’è una gerontocrazia di fondo, dove noi ci ritroviamo, oltre a dover pagare i debiti delle generazioni precedenti, ci ritroviamo a non avere possibilità perché ogni spazio è stato già preso». 

Nel Dizionario di Sociologia, Luciano Gallino distingue un’accezione forte da una debole di partecipazione. In entrambi i casi la caratteristica definitoria risiede nel prendere parte, in misura più o meno intensa e regolare alle attività caratteristiche di una collettività. Ma a distinguere questi due tipi di partecipazione è l’esistenza o meno di una reale possibilità per gli individui di concorrere a determinare gli obiettivi principali della vita della collettività. Nel primo caso si considera la possibilità concreta di intervenire nelle scelte e nelle decisioni della comunità, si tratta quindi di un “prendere parte” che abilita ad agire, a un “fare” con concrete conseguenze; nella seconda accezione, quella debole, si intende un “essere parte”, in questo caso a prevalere non è il ‘fare’ ma il ‘sentire’.

A unire i due poli della partecipazione sussiste un elemento emotivo, uno stato affettivo in base al quale il soggetto sente di identificarsi con la collettività alla quale partecipa; una identificazione (affettiva) che porta ad esprimere un convinto consenso a quanto si ritiene significativo, ai valori, alle aspirazioni, alle visioni, ai progetti per un futuro migliore.

Fare, sentire politica, identificarsi con progettualità in cui interesse individuale e benessere sociale si intersecano, sono queste le accezioni che caratterizzano le forme di partecipazione dei giovani al centro della ricerca dell’Università di Milano-Bicocca. La vera chiamata che li ingaggia non è quella di un impegno politico all’interno di organizzazioni, di istituzioni che richiedono un mero “servizio esecutivo” in una scala rigidamente gerarchica, ma generare valore con la novità che rappresentano, l’accumularsi di esperienze che connettono un progetto individuale a un progetto collettivo.

Lungi dal poter decretare un disinteresse dei giovani per la vita associata, assistiamo oggi a un grande fermento partecipativo, un allargamento dei significati, delle pratiche e degli ambiti di partecipazione che travalicano quelli strettamente politici per arrivare a ricomprendere elementi istituzionali, culturali e individuali.

Per un ulteriore approfondimento si rimanda a:

Gambardella M. G., Magaraggia S. (2024), Ridefinirsi giovani: conflitti, connessioni e solidarietà, «Welfare e Ergonomia», 2/2023 (ISSN: 2421-3691; DOI: 10.3280/WE2023-002002)

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