Non ci sono più le ragazze di una volta

girls writing on cardboards

di Marco Mietto

Eugenia Roccella, Ministra della Famiglia, è perseguitata dalle contestazioni. Forse qualcuno ricorderà che lo scorso 9 maggio ha preferito abbandonare gli Stati Generali della Natalità. Molti meno ricorderanno che qualcosa di simile avvenne nel maggio 2023 al Salone del Libro di Torino. Quasi nessuno, probabilmente, ha avuto notizia di un nuovo episodio analogo accaduto recentemente a Trento durante il Festival dell’Economia. La foto che documenta questo ultimo evento mostra 17 manifestanti. Un netto calo rispetto ai numeri dei casi precedenti, in ciascuno dei quali la Ministra dovette affrontare una quarantina di contestatrici. Molto opportunamente, però, Roccella non ne fatto una questione di numeri. Al netto delle considerazioni sulla strumentalizzazione politica antigovernativa, ha sostenuto invece (secondo Il Giornale) che ci sia “ostilità verso il mondo della maternità“.

Intervistata da la Repubblica, una studentessa che fa parte di Aracne – un’assemblea transfemminista studentesca romana – ha spiegato che sul palco degli Stati Generali della Natalità si era provato a contestare «l’idea che le donne fossero macchine da riproduzione e che la loro massima aspirazione avrebbe dovuto essere quella di diventare madri, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali in cui si trovassero». Pur concordando sulla necessità di rafforzare il sostegno socio-economico alla maternità, la Ministra dà tuttavia l’impressione di non comprendere la realtà in cui oggi vivono le giovani donne, con i loro valori e le loro prospettive esistenziali.

In queste settimane, proprio alla ricerca di risposte su questi temi, prende il via HTTP://noPARTY.IT – Hopes for the Transition To Parenthood: Portraying Aspirations, Resilience and the Transitions of Young ITalians, una ricerca finanziata da Fondazione CARIPLO e coordinata da Nicolò Cavalli, che l’Università Bocconi sta sviluppando in collaborazione con IARD. Gli obiettivi dell’indagine non sono distanti da ciò che Alessandro Rosina scrive nella prefazione a “Mamme d’Italia. Chi sono, come stanno, cosa vogliono”, interessante volume di Monica D’Ascenzo e Manuela Perrone recentemente pubblicato dalle edizioni de Il Sole 24 Ore: «I figli hanno una madre, ma anche un padre, quindi la questione del perché ci sono poche nascite va posta allo stesso modo a donne e uomini […] Le nuove generazioni non vogliono sentire il dover avere figli come un imperativo biologico o obbligo morale, ma come risposta al desiderio di vederli crescere in un contesto sicuro con prospettive di benessere e opportunità

Nelle intenzioni, dunque, l’indagine estenderà l’esplorazione al mondo maschile con gli stereotipi e gli equivoci che storicamente lo caratterizza. In ogni caso, con questa ricerca ritorneremo a indagare le ragioni di quella che Roccella percepisce come “ostilità verso la maternità”. Le evidenze che IARD ha raccolto e documentato negli ultimi anni sembrano piuttosto indicare non tanto sentimenti di “ostilità” verso il ruolo materno quanto l’avvio di un profondo processo di cambiamento di paradigma. Per esempio, l’edizione 2023 della Indagine nazionale su Abitudini e Stili di vita degli Adolescenti italiani, che IARD conduce con Laboratorio Adolescenza, ha registrato fenomeni che fanno riflettere: più della metà degli studenti e delle studentesse in età tra i 13 e i 19 anni è preoccupata per il proprio futuro personale, più di un terzo non esclude l’ipotesi che da adulti dovrà vivere al di fuori dei confini nazionali, più di un quarto pensa che non avrà figli e le strutture famigliari immaginate vedono minoranze, ma in costante aumento, che preferirebbero una vita da single o di Lat (living apart together, ovvero chi vive una relazione più o meno stabile senza coabitare sotto lo stesso tetto).

Della trinità Femmina-Madre-Moglie era già decaduto il terzo ruolo, che decada anche il secondo è probabilmente l’inizio di una storia profondamente nuova, incomprensibile per chi la voglia interpretare con concetti, parole, idee – ma anche strumenti di indagine – affermatisi in un mondo storicamente in via di superamento.

“Non siamo macchine da riproduzione ma corpi in lotta per la rivoluzione” urlavano le contestatrici. La parola “rivoluzione” può fare orrore.  Quella francese accecò la stendhaliana Duchessa di Miossens: “Ecco la rivoluzione, gridò fuori di sé (…). È inutile che crediamo di evitarla. Essa ci assedia e si infiltra persino tra le persone che ci debbono la loro fortuna”. Ascoltando fiduciosi, gli adulti di oggi potrebbero forse evitare giudizi precipitosi: quei giudizi che contraddistinguono chi osteggia ogni tendenza innovativa e che – come scrisse Ferdinando Camon nel suo Occidente – non può accettare l’idea che, dopo la sua morte, il mondo sia diverso da quello che ha conosciuto. Le studentesse che protestano non sono ingrate. Roberspierre non è tra il loro modelli. Della rivoluzione non fanno propaganda ma sono testimoni: è quella – in atto e non reversibile – che distingue ed identifica chi è nato recentemente ed è fondata, come hanno gridato con convinzione, su quella “centralità dei corpi” che la generazione cui appartiene la Ministra aveva invece sottovalutato a vantaggio di spirito, anima, ragione…

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Marco Mietto

Direttore Rete Iter - Istituto IARD

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