L’intelligenza artificiale a scuola: come promuovere un utilizzo responsabile?

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di Alberto Zanutto

In un panorama digitale in rapida evoluzione, i giovani di oggi sono già capaci di porsi in dialogo con il futuro grazie all’integrazione dell’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence: AI) nelle loro attività quotidiane, incluse quelle scolastiche. A quando una integrazione nei programmi educativi?

Da molti anni la scuola si interroga su come integrare le nuove tecnologie a scuola e, più di qualche governo, in passato si era proposto di mettere al centro le tre “I” (inglese, informatica, impresa) come se sostantivare quelle direzioni potesse essere la risposta alle complesse dinamiche dell’accesso al mercato del lavoro dei giovani.

Oggi ci risiamo.

È pronto un nuovo round di innovazioni tecnologiche che la scuola riuscirà come sempre a mancare e ad assimilare con le solite diversità territoriali, culturali ed economiche. I giovani studenti, tuttavia, non aspettano, stanno già utilizzando queste opportunità che sono molto potenti ed interessanti anche se non particolarmente nuove. Ciò che è nuova, nell’attuale versione dell’AI, è la trasposizione in linguaggio “naturale” dell’interpolazione statistica dei dati disponibili in rete (versione Google) o in database specifici fino ad una certa data (versione OpenAI). Ma certamente la novità riguarda l’accesso facilitato poiché si può interrogare l’AI con domande discorsive che permettono di rivoluzionare il modo con cui si accede a conoscenze e competenze.

Tutti siamo pronti a dire che questa nuova sfida va colta.

Tuttavia, come per le altre sfide del passato, anche questa innovazione toccherà il cuore di una scuola che evolve in fretta ma più lentamente delle nuove generazioni che la frequentano.

Molte iniziative evidenziano il potenziale positivo di trasformazione dell’AI nell’istruzione. Interessante notare che nei paesi emergenti come l’India, si lancino programmi come “AI For All” che mira a introdurre l’AI come materia nelle scuole secondarie, dotando gli studenti di competenze essenziali di alfabetizzazione digitale e pensiero computazionale. Anche le democrazie occidentali non stanno a guardare e negli Stati Uniti, l’organizzazione “AI4ALL” sta lavorando per garantire una AI ai giovani fruitori che stia attenta ai limiti e alle discriminazioni sociali che può nascondere e quindi si propongono, ad esempio, inizitive di mentorship

L’AI lavora sul tempo, sulla semantica, sulla capacità di fare le domande e quindi sul miglioramento delle performance dei giovani che possono delegare alla macchina conoscenze per competenze che è comunque importante possedere.

L’apprendimento tradizionale in classe, basato sulla semplice trasmissione che, ricordiamolo, pervade anche molto del sistema universitario, deve provare a cambiare il modo di rapportarsi alla ricerca e alle nuove possibilità di interrogazione dei dati.

Allo stesso tempo lavorare con l’AI, assecondando la curiosità dei giovani, permette di spaziare dalla conservazione dell’ambiente all’innovazione sanitaria, permette ai giovani di affrontare le sfide delle disuguaglianze presenti nel mondo reale con creatività e ingegno. Ma, soprattutto, serve una riflessione sulla responsabilità (response-ability) che è necessaria affinchè la delega delle competenze nella ricerca e nella cretavità non disperda l’originalità di cui le nuove generazioni sono portatrici per definizione.

Per questo l’esortazione è che la scuola riesca a dotare i giovani di strumenti e conoscenze critiche, etiche e morali relative all’impiego dell’AI, ma questo non può avvenire se non si attrezzano anche gli educatori e i responsabili della formazione e della politica scolastica. Il miglioramento della condizione del mondo che li aspetta passa per la comprensione che la tecnologia in generale, e ancor più quella dell’AI, non è neutra. Il suo essere parziale e politicamente orientata, oggi lo sappiamo bene, promuove soprattutto il maschile, il mondo occidentale e la classe media benestante di razza bianca. I/le nostr3 futur3 leader non possono avere solo questa visione del mondo ma devono, invece, saper inscrivere le opportunità offerte dall’AI in una vita quotidiana ben più problematica dell’analisi statistica condotta sui materiali prodotti nel mondo benestante occidentale.

L’AI deve allora “contribuire” a rimodellare il panorama educativo senza determinarlo a sua immagine. I lavori delle classi devono rimanere prioritari e ricchi di produzioni relazionali fortemente capaci di proiettare in chiave locale e globale le conoscenze manipolate e poste al centro dei processi educativi. Perché questo accada serve continuare, parallelamente, a costruire società più inclusive e cittadin3 tecnologicamente competenti.

Interagendo positivamente con il potere incorporato dall’AI, i giovani di oggi non solo si preparano per i lavori di domani, ma danno anche forma al futuro dell’innovazione e della scoperta, contribuendo a forgiare le regole pratiche per controllare l’AI e per imparare a difendersi dal rischio di un eccessivo controllo.

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