Comprendere, riflettere e approfondire: la scuola nell’epoca dell’Intelligenza artificiale (IA)

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Chissà come funziona la mente della gente: non impara attraverso la comprensione, impara in qualche altro modo, magari a memoria. Per cui il sapere è fragilissimo (R. Feynman, “Sta scherzando, Mr. Feynman!” Zanichelli).

L’essere umano usa, fin dalla preistoria, strumenti e tecniche per amplificare le proprie capacità. Questa tendenza è presente anche in altri primati, ed è un tratto distintivo dello sviluppo di forme di vita intelligenti sul pianeta. Ogni strumento include, per così dire, intelligenza potenziale, che, per poter essere messa in azione necessita di combinarsi con intelligenza cinetica. Ad esempio, un paio di forbici – assieme ad altri strumenti – permettono, quando usate in modo appropriato, all’abilità del sarto di esprimersi nella confezione di artefatti tessili. La competenza, sommata all’uso di strumenti permette di padroneggiare quelle che correntemente vengono definite come tecniche.

Occorre poi tener presente che, oltre ai dispositivi materiali, l’essere umano ha sviluppato nel corso della storia anche strumenti di tipo concettuale, come i linguaggi (lingua madre, logica, matematica, musica, linguaggio del corpo, arte figurativa), i quali, per caratteristiche e sviluppo storico, illustrano molto bene, tra le altre cose, quanto sia utopistico e limitante pensare di ridurre l’espressione umana ad un linguaggio unico ed universale, sogno mai sopito dell’uomo, fin dai tempi più remoti. Nei fatti, se il nostro cervello non è mai riuscito (e, secondo me, mai riuscirà) in quest’impresa, non sarà certo una forma conoscitiva limitata strutturalmente dall’uso di dati ed algoritmi basati su codici binari a raggiungere tale obiettivo.

Un punto-chiave nello sviluppo di quanto illustrato è stato dato dalla combinazione del sapere scientifico con le pratiche e le tecniche empiriche, che ha generato la moderna tecnologia. In particolare, una notevole svolta è riconducibile allo sviluppo dell’elettronica, che ha permesso di creare macchine caratterizzate dall’espressione di forme di intelligenza cinetica, in quanto in grado sia di prendere decisioni autonome, sia di svolgere ragionamenti, in un primo tempo elementari e poi sempre più elaborati. Un’ulteriore tappa su questo cammino è costituita dal diffondersi di forme di Intelligenza artificiale (IA).

L’IA generativa (GenAI) è una tecnologia di Intelligenza Artificiale (IA) che genera automaticamente contenuti in risposta a richieste scritte in interfacce di conversazione basate sul linguaggio naturale. Anziché curare semplicemente pagine web esistenti, attingendo ai contenuti esistenti, GenAI produce effettivamente nuovi contenuti. Il contenuto può apparire in formati che comprendono tutte le rappresentazioni simboliche del pensiero umano: testi scritti in linguaggio naturale, immagini (da semplici fotografie a dipinti digitali e cartoni animati), video, musica e codice software. GenAI viene addestrato utilizzando i dati raccolti da pagine web, conversazioni sui social media e altri media online. Genera i suoi contenuti mediante l’analisi statistica della distribuzione delle parole, dei pixel o di altri elementi nei dati che ha ingerito, identificando e ripetendo modelli comuni (ad esempio, quali parole seguono tipicamente quali altre parole (Unesco, 2023).

È chiaro che un tale cambiamento mette in crisi i sistemi scolastici, che basano il loro modello di apprendimento in una gran parte di casi sull’acquisizione di mere conoscenze e non su aspetti quali la comprensione, la riflessione e l’approfondimento, che vengono in genere lasciati alla libera iniziativa dello studente, e non sono quindi oggetto in modo significativo – al di là dei proclami – di pianificazione curricolare ed apprendimento organizzato. L’intelligenza artificiale è in grado, in molti casi, di dare al sistema quello che il sistema stesso richiede, ossia un sapere “mainstream” (vale a dire convenzionale) tutto sommato formalmente corretto, anche se poco originale.

Venendosi così a trovare in situazione di elevata vulnerabilità, la scuola risponde all’AI in molti casi con una levata di scudi, che non ha però, a mio avviso, grandi possibilità di ottenere gli effetti auspicati, apparendo a ben vedere più una politica dello struzzo che altro. Davanti ad un mondo che tra non molti anni vedrà l’uso generalizzato di computer quantistici – fatto che, tra le altre cose, farà apparire l’IA attuale come qualcosa di assolutamente elementare – non affrontare la questione dell’accesso a forme di apprendimento di livello più elevato da parte del maggior numero possibile di allievi (e non solo dei pochi che vi accedono in buona misura grazie al contesto socio-culturale di provenienza) appare essere una scelta perlomeno autolesionista. Infatti, sono solo simili forme di apprendimento a permettere al soggetto di evitare una relazione di sudditanza rispetto alla macchina.

Invece, nella scuola domina ancora imperterrito il modello della trasmissione del sapere, rappresentato dall’idealtipo del docente erogatore di conoscenza agli allievi. A questo proposito, occorre ricordare che non ha senso equiparare lo studente ad un apparecchio radiofonico (o un vaso da riempire di conoscenze): quello che avviene in realtà non è una trasmissione, bensì un’assimilazione di quanto l’allievo percepisce a quadri mentali che sono già preesistenti al suo interno. In questo contesto, chi ha un quadro mentale più prossimo a quello dell’insegnante sarà considerato un buon allievo, mentre chi non possiede una tale condizione sarà considerato inadeguato. L’IA potrebbe però permettere a questo secondo tipo di alunno di ottenere risultati simili (almeno a livello esteriore) a quelli conseguiti nel primo caso.

La scuola contemporanea si trova quindi chiaramente di fronte ad un dilemma: riformare radicalmente l’insegnamento, facendo sì che la maggior parte degli insegnanti passino dal ruolo di dispensatori del sapere a quello di facilitatori di un apprendimento inclusivo orientato alla comprensione, alla riflessione e all’approfondimento, oppure tentare di sbarrare alle nuove tecnologie digitali tutti gli accessi al fortino scolastico? Come spesso accade, non vi saranno probabilmente scelte nette in una direzione oppure nell’altra, quanto piuttosto tendenze che includeranno elementi di ambedue le opzioni. Tuttavia, se questo scenario dovesse avverarsi, è di estrema importanza che il paradigma di fondo, ossia la tendenza dominante, sia orientato all’innovazione educativa e formativa e non alla conservazione di un modello ormai superato da tempo. Ne va della funzione sociale della scuola stessa.

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Giorgio Ostinelli

Docente presso UniTreEdu Milano

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