Diritti disattesi e paradossi generazionali

unrecognizable strikers with placards protesting on city street

È noto come i diritti sociali, intesi come garanzia di un minimo benessere e sicurezza economica tale da consentire una vita dignitosa, secondo i canoni vigenti nella società di appartenenza siano gli elementi costitutivi della “cittadinanza sociale”. Vi è tuttavia da rimarcare che i diritti all’interno di una società non sono equamente distribuiti, riflettendo il grado di diseguaglianza sociale ed economica che caratterizza le relazioni tra le classi sociali, i generi, le età, le etnie. Così il mercato e il potere politico – ad esempio – si pongono in modo differenziato verso i vari gruppi sociali tanto che solo alcuni di essi godono di posizioni di privilegio. D’altro canto altri gruppi sociali sono invece marginalizzati: le donne innanzitutto (i cui diritti sono solitamente disattesi da una concezione di cittadinanza sociale declinata al maschile) ma anche i giovani (spesso alle prese con processi di transizione ai ruoli adulti sempre più lunghi che li tengono lontani da una condizione di pieni diritti).

In quest’ottica è dunque interessante, tra le tante possibili prospettive di analisi, adottare anche quella generazionale, cercando il nesso, nell’Italia di oggi, tra ruolo delle dinamiche intergenerazionali e il riconoscimento dei diritti, in particolare quelli sociali che latitano più di tutti. Un solo esempio: in Italia nel 2020 l’incidenza dei lavoratori dipendenti o autonomi al di sotto dei 35 anni sul totale dei lavoratori era del 24,2%, però l’incidenza del reddito da lavoro nella stessa fascia di età era solo del 15,8%, una distanza notevole e non casuale [dati: Osservatorio INPS].

E qui ci troviamo in pieno paradosso. Da una parte si impone una narrazione diffusa, veicolata dai vari canali comunicativi, da quelli mediali a quelli politici, che formalmente pone le nuove generazioni al centro del dibattito (con un’enfasi sui giovani come futuro), dall’altra una realtà sostanziale che emargina i giovani e che ne disattende i diritti sociali, da quelli formativi a quelli del lavoro, da quelli per la casa a quelli a supporto dei nuovi nuclei familiari. Questo fenomeno si riscontra soprattutto in Italia, per lo meno in misura superiore di quanto sia presente negli altri paesi europei. I motivi sono strutturali, sociali, culturali e storici, quindi vengono da lontano. Oggi i problemi si sono ulteriormente acuiti con tutta probabilità per il forte calo demografico delle nascite che sta invecchiando di dismisura il Paese e che ribalta la proporzione tra gruppi di età riducendo progressivamente il peso della componente giovanile nella società italiana.

L’essere sempre di più una minoranza comporta conseguenze considerevoli. La più importante è quella di sprofondare verso la marginalità che è poi quella condizione che caratterizza i gruppi subalterni: esclusione dai diritti e dalle risorse, non partecipazione, irrilevanza sul piano del potere. Queste conseguenze si acuiscono tra i giovani meno attrezzati a rispondere alle richieste del sistema sociale (dequalificati, residenti in aree depresse, non sostenuti da reti famigliari forti) e quindi quelli ad elevato rischio di povertà; ma in generale tutta la gioventù, come segmento della popolazione contrattualmente più debole, corre il rischio di marginalità.

Alcuni fenomeni ne sono una spia:

  • il loro peso elettorale declina a favore di gruppi quantitativamente ben più consistenti (si pensi agli anziani);
  • l’ingresso nel mercato li vede relegati in posizione precaria e a scarso reddito, con alti tassi di disoccupazione, inoccupazione e sottoccupazione, condizioni che si protraggono nel tempo, anche per la carenza di dispositivi istituzionali che consentano ai giovani, dopo qualche anno di provvisorietà, di accedere a livelli accettabili e dignitosi di sostentamento. Il fenomeno dei NEET vede il nostro paese in sofferenza assai più marcata della gran parte delle nazioni europee.
  • aggiungiamo un’altra conseguenza rilevante: l’accesso dei giovani alle misure di welfare deve subire la concorrenza dei crescenti bisogni di assistenza della popolazione anziana, fenomeno che sottende una inedita contrapposizione generazionale per le risorse.

Tutto ciò incide sulla possibilità di una vita autonoma ostacolando il processo di transizione ai ruoli adulti. La precarietà occupazionale si accompagna pertanto ad una precarietà esistenziale che sta caratterizzando la transizione di intere coorti di giovani negli ultimi anni. Un quadro certamente poco favorevole alle nuove generazioni che conferma la strutturale instabilità dell’accesso giovanile al mercato e la ridotta possibilità di molti giovani di transitare da una situazione precaria ad una più stabile.

Parlando di diritti sociali non può essere trascurato l’accesso all’istruzione, fattore nello stesso tempo protettivo e proattivo che garantisce lo sviluppo collettivo e il benessere individuale, l’appartenenza ad una comunità e la partecipazione consapevole alla sua organizzazione. L’espansione dell’educazione terziaria, in particolare, appare associata con lo sviluppo economico della società ed offre vantaggi materiali e sociali agli individui. Le statistiche confermano che i giovani in possesso di laurea mostrano i più bassi livelli di disoccupazione, godono di un reddito più alto, beneficiano di posizioni occupazionali meno instabili, hanno maggiori possibilità di migliorare la condizione sociale di partenza rispetto ai coetanei con titoli di studio più bassi. Partecipazione e cittadinanza attiva sembrano, dal canto loro, anch’esse associate al capitale culturale e perfino la salute mostra che speranza di vita e minor rischio di morbilità risentano dell’influenza del grado di istruzione. Purtroppo i dati dei rapporti OCSE confermano la persistenza di fenomeni negativi per il nostro Paese che da un lato si pone all’ultimo posto in Europa in quanto ad incidenza di laureati sulla popolazione in età compresa tra i 25 e i 34 anni, dall’altro si connota per gli alti livelli di disuguaglianza nelle opportunità educative.

Oggi viviamo in un mondo in continua e rapidissima evoluzione, nel quale le nuove generazioni cambiano incessantemente condizioni di vita, bisogni e motivazioni. Ciò ribadisce la complessità delle nostre società contemporanee e la difficoltà di leggere i fenomeni giovanili, peraltro caratterizzati da una grossa variabilità interna. Variabilità che richiede la comprensione di bisogni differenti e che sottende la necessità di politiche che sappiano intercettare gli svariati modi di essere giovani oggi.

Questo però è il punto debole della questione. Agire a favore della condizione giovanile implicherebbe la necessità di politiche trasversali e intersettoriali, non frammentate e non contingenti o emergenziali. Il welfare pubblico è stato indebolito nel corso degli anni da riforme sempre meno in grado di rispondere in modo adeguato alla nuova domanda sociale fortemente condizionata dalla trasformazione del mercato del lavoro, dai cambiamenti demografici e dal crescente intreccio delle reti sociali e relazionali sempre più fluide. Sarebbe in altre parole necessaria una vera e propria rivoluzione dei paradigmi culturali che hanno finora mosso maldestramente gli interventi pubblici a favore delle nuove generazioni.

Per un approfondimento:

  • Carlo Buzzi, “Condizione giovanile e diritti disattesi. Il deficit di cittadinanza sociale come paradosso generazionale”, in Welfare e Ergonomia, Anno VIII, 2/2022 Supplemento “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): sfide e opportunità per un welfare del futuro
  • Carlo Buzzi, Deficit di cittadinanza sociale come paradosso generazionale: Condizione giovanile e diritti disattesi”in Giovani e comunità locali rivista quadrimestrale online, n.3/2021

About the Author

Carlo Buzzi

Docente presso l’Università degli studi di Trento in quiescenza, Coordinatore Comitato scientifico IARD

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